Secondo una delle leggende la città di Ficocle sarebbe stata fondata da un
prode condottiero etrusco, Ficol,
discendente di Giano, Re dei Latini, che, desideroso di rovesciare la tirannia
ravennate, avrebbe posto le fondamenta di una città che portava il suo nome,
com'era uso per la fondazione delle città in quel tempo.
Lo storico ravennate Vincenzo Carrari lasciò scritto nella
sua "Storia di Romagna" che il nome
dell'antica Ficocle deriverebbe da un capitano greco, o dal prefetto di Filippo I di Macedonia, nominato
Ficocle, di cui Livio spesse volte fa
menzione, o da Ficocle Arconte degli ateniesi, o dai popoli Ficolesi
che l'edificarono, posta da Plinio nella quinta Regione d'Italia, o piuttosto da
Ficolea, palude in cui era posta.
Pirro Ligorio attesta
essersi trovata nel 116
dell'era cristiana, sotto le rovine
del Foro di Traiano la
seguente iscrizione:
In questa iscrizione con i più celebri ravennati e cesenati vengono ricordati
anche i cervesi, ma molti eruditi archeologi e anche Ludovico Antonio
Muratori[4] hanno
posto in dubbio l'autorità di tale iscrizione. Probabilmente non è originale in
quanto nessun altro scrittore antico fa menzione della città di Cervia, tale
ipotesi è suffragata dallo scrittore Ferdinando
Ughelli[5].
Girolamo Rossi nelle sue "Storie Ravennati"[6] vuole
che Cervia fosse fra le cinque più nobili città componenti la pentapoli dell'Esarcato di
Ravenna.
Il cardinale Ignazio Cadolini in una sua memoria stampata in Imola nel 1830 afferma che l'antica Ficocle
avesse tratto la sua origine dai Pelasgi, ai quali si deve l'erezione non solo
di essa, ma di anche molte città circostanti, tutte entro il territorio della
Regione Adriatica.
Ipotizzando la non veridicità della lapide di Pirro Ligorio, restano i soli
nomi di Ficocle o Ficode; ma questi nomi sembrano ignoti alla maggior parte
degli scrittori antichi, o, se per caso sono menzionati da qualche parte, si
pensa siano da riferire ad altre città e non all'antica Cervia.
Alcuni scrittori ritengono che il luogo fosse stato denominato Ficocle da
parte di antichi greci per le proprietà particolari del posto. Di questa
opinione è anche l'abate gesuita Pietro Antonio Zanoni che, nel suo
"de Salinis Cerviensibus", a pagina 94 vi è scritto:
Infatti Phicocle deriva da φῦκος, "alga", e da
κλέος, "fama"; come a
dire luogo a celebre per alga marina, e questa nasce spontaneamente ed in
abbondanza lungo tutti i canali, e massime in quelli dello stabilimento
salifero, nel cui mezzo giaceva Ficocle. Gli abitanti chiamano quest'erba in
termine volgare biso, la quale non è che un'erba sottile, capillacea
simile al fieno che annualmente si toglie dai canali delle Saline perché sia
ilbero il corso delle acque.
Dagli
albori del cristianesimo fino alla distruzione
Secondo gli statuti della città, il cristianesimo giunse intorno all'anno 50, per opera di Eleuterio,
che fu il primo Vescovo inviato dall'Apostolo
della Emilia Sant'Apollinare. La
storia però non fornisce notizie certe che questo Eleuterio fosse il primo
Vescovo di Ficocle, e non si conosce nessun altro che abbia ricoperto questo
ruolo fino al 500,
epoca in cui venne occupata da San Geronzio. La sua nomina
è comprovata da documenti storici risalenti appunto a quell'anno, quando Papa
Simmaco tenne un Concilio in Vaticano sull'invasione dei territori
ecclestiastici e sulle vessazioni dei sacerdoti, al quale conciclio intervennero
centotrè vescovi, tra i quali è nominato appunto Geronzio Vescovo di Ficocle. Il
medesimo vescovo partecipò al successivo consiglio a Roma, ma mentre faceva
ritorno alla sua Chiesa fu ucciso presso Cagli. Di tale morte si ha traccia
nel martirologio[7]. Nei
Bollandisti si trova la vita di S. Geronzio, nel quali il più che si parla è di
Cagli, e specialmente del Monastero detto di San Geronzio, che esiste sin dal VII
secolo, ed ha goduto di una certa fama per diversi secoli. L'esistenza di un
Vescovo prova che a quell'epoca Ficocle era già città.
Dal martirio di San Geronzio non c'è nulla degno di nota nelle fonti storiche
fino all'11
gennaio 595,
quando, morto l'Arcivescovo di Ravenna, il suo successore si fregiava anche del
titolo di Vescovo di Ficocle. Nello stesso anno, Maurizio Greco, tribuno dei
soldati di Roma, compagno di Isacco, Esarca di Ravenna,
lo denunciò di aver tentato di di appropriarsi dell'Italia, e sotto questo
pretesto, avendo simulato fedeltà all'Imperatore, si fece giurare fedeltà dai
soldati, e dei cittadini Romani. Isacco, conosciuta la cosa, dopo aver mandato
avanti le truppe a Roma, con grandi doni si ingraziò i soldati Mauriziani e li
fece passare dalla sua parte; Maurizio, abbandonato dai suoi, fuggendo a Santa
Maria Maggiore venne preso e mandato a Ravenna, e fu decapitato in loco cui
Ficundae nomen est, che alcuni chiamano Ficocle, a dodici miglia da
Ravenna.
Da quell'epoca fino al 649 non si ha altra notizia se non
che Mauro, Arcivescovo di Ravenna, non potendo intervenire al Concilio di Roma,
convocato dal Papa Martino, mandò in sua vece Mauro,Vescovo di Cesena, e
Diodato, sacerdote Ravennate; ed al medesimo concilio intervennero molti vescovi
soggetti a Ravenna, tra i quali è menzionato Bono Vescovo di
Ficocle.
Nel 655 Pipino diede
in dominio perpetuo al Pontefice Zaccaria la Pentapoli, le città dell'Emilia, e
dell'Esarcato. La Pentapoli conteneva Ravenna, Cesena, Classe, Forlì e Forlimpopoli; e questa
Pentapoli, secondo Rossi, era una parte dell'Esarcato: l'altra la chiamavano
Emilia, la quale cominciando dal foro di Cornelio conteneva quelle città che
dall'Appennino comprendono Bologna, Modena, Reggio, Parma, Piacenza e fino al Po.
Nel 709, in un'epoca
piena di lotta e rancori, Ficocle subì la sorte solitamente destinata ai vinti.
Infatti narrano gli storici che Giustiniano comandò a Teodoro, il quale,
accresciuta la sua armata si stava recando in Sicilia, ad affrettarsi a
Ravenna per sottomettere al Romano Pontefice Costantino l'arcivescovo Felice,
reo di essersi ribellato. L'Arcivescovo ed i Capi della fazione, venuti a sapere
della cosa, chiesero soccorso a tutte le città della Flaminia, e a tutto
l'Esarcato, e dalle chiese soggette, tra le quali sono nominate, la Ficoclese,
la Comacchiese, quella di Forlimpopoli, di Cesena, d'Imola e di
Faenza.
Tomaso Tomai, storico di Ravenna, narrando
di questo avvenimento scrisse:
Fu in questa circostanza che il valoroso cittadino di Ficocle Altobello
Laschi, andò con una milizia in soccorso di Ravenna e combatté l'esercito di
Teodoro facendogli perdere molti uomini, ma questo sforzo fu di poco aiuto
contro il numero dei soldati imperiali, di molto superiore alle sue poche forze.
Il risultato che ne seguì fu il saccheggio della città di
Ravenna.
Teodoro, a questo punto, si rivolse contro la cittadina romagnola e, poiché
gli abitanti erano venuti a sapere dell'imminente sterminio ed erano fuggiti
dalla città, trovandola vuota, si accanì contro le mura e la distrusse sin dalle
fondamenta.
Questa distruzione non sancì la fine della piccola città di Ficocle, la quale
risorse a poco a poco grazie ai cittadini superstiti.
Il cambio di
nome ed epoca recente
Il Bricchi riporta il testo di una donazione fatta nel 815 al pontefice da Ludovico
il Pio, successore di Carlo Magno, la quale,
trovandosi negli archivi vaticani, asserisce:
Il cambio di nome da Ficocle a Cervia nell'VIII secolo, come questo
documento riporta, è dubbio, tuttavia è certo che ciò sia avvenuto fra il IX secolo e
il 1000; a tal
proposito è riportato in un Concilio di Ravenna del 997:
Il 5
gennaio 1015 a Forlimpopoli, Enrico IV, o
secondo alcuni V, dopo la preghiera di Matilde e di altri principi influenti,
avesse sottratto il Cenobio di S. Vitale di Ravenna al dominio degli
Arcivescovi, così che quei Monaci fossero soggetti solo a lui medesimo, e tra i
possedimenti confiscati se ne enumerano molti situati nel
cervese.
Le prime immagini di Cervia sono di alcune mappe del XV secolo in cui appare come
una città fortificata con tre ingressi collegati alla terra ferma da ponti
levatoi, un Palazzo Priorale, ben sette chiese e una rocca difensiva voluta, secondo la
leggenda, da Barbarossa.
Sicuramente la posizione geografica che la rendeva facilmente difendibile, ma
allo stesso tempo non poteva garantire agli abitanti una condizione ambientale
ed igienica ottimale. I canali che attraversavano la città e alimentavano le
saline erano salmastri ed era scarsa l'acqua potabile. L'area che circondava le
saline era dominata da aree acquitrinose dette "valli" in cui erano diffusa la
presenza della zanzara portatrice della malaria. Durante la stagione invernale
le piogge e il gelo rendevano impraticabili le strade per cui anche gli
spostamenti da e verso i vicini centri maggiori erano difficoltosi. La crisi del
XVII
secolo colpì pesantemente il nostro centro riducendone gli abitanti a poche
centinaia. Già nel 1630 si cominciò a pensare al
trasferimento di Cervia vicino alla costa, in una posizione geografica più
salutare. Si dovrà attendere però il 9 novembre 1697, quando Papa Innocenzo XII,
firmò il Chirografo che conteneva l'ordine e le modalità di ricostruzione della
città nuova.
Il documento indicava esattamente il numero delle case da costruirsi, la
posizione della Cattedrale, del Palazzo Vescovile e delle carceri per una spesa
complessiva di 35-40.000 scudi. Ampio spazio fu lasciato per i due Magazzini del
Sale e la difensiva Torre San Michele, peraltro già costruiti dal 1691. I magazzini si presentavano
come edifici massicci, con pochi ingressi e particolarmente ampi internamente in
modo da potere contenere enormi quantitativi di sale, circa 13.000 tonnellate.
La leggenda
dell'origine del nome
Si narra che quando la città era interamente circondata dai boschi e dalle
foreste, uno dei maggiori frequentatori di questi spazi verdi fosse il vescovo
di Lodi e un giorno,
mentre l'uomo passeggiava in pineta, un cervo, riconoscendolo come funzionario
di Dio, gli si
inginocchiò davanti in segno di devozione.
Da quel giorno risultò naturale chiamare la città Cervia, non solo per
ricordare lo straordinario avvenimento, ma anche considerando che nelle pinete
limitrofe i cervi erano particolarmente numerosi.
Una versione sembrò convincere anche gli stessi cervesi, tanto che lo stemma
della città rappresenta proprio un cervo dorato inginocchiato su terreno
verde.